Mussolini e san Francesco

Come il regime ha tentato di mettere la camicia nera al santo d'Assisi

9/7/2026

Il santo con il fez: l'invenzione di un'analogia grottesca

Nel 1926 l'Italia celebra con enorme sfarzo il settimo centenario della morte di san Francesco d'Assisi. Per l'occasione, un sacerdote mantovano, don Paolo Ardali, dà alle stampe per l'editore fascista Franco Paladino un volume dal titolo inequivocabile: San Francesco e Mussolini. A sfogliare oggi quelle pagine, si ha l'impressione di addentrarsi in un vertiginoso esercizio di equilibrismo propagandistico. Don Ardali compie un'operazione spericolata: accosta punto per punto la biografia del poverello d'Assisi a quella del capo del fascismo, trasformando una delle figure più radicali dell'ascesi medievale nell'antenato spirituale del Duce. Benito Mussolini che da giovane emigrato in Svizzera trasporta mattoni sulle spalle viene paragonato a Francesco che ripara con le proprie mani la chiesetta di San Damiano; la disciplina paramilitare delle camicie nere viene accostata all'obbedienza della prima fraternità francescana; persino l'amore giovanile di Mussolini per il violino o la sua abitudine di dar da mangiare ai passeri nella villa di Roma vengono elevati a prove inconfutabili di una comune «sensibilità francescana». Don Ardali arriva a pubblicare un ritratto fotografico del Duce sostenendo che a quel volto austero e risoluto «manca soltanto l'aureola». Questo opuscolo non rappresenta una stravaganza isolata di un prete di provincia, bensì la punta dell'iceberg di una gigantesca manovra ideologica: la sistematica appropriazione politica e la «mussolinizzazione» di san Francesco durante il Ventennio.

La sacralizzazione della politica e il laboratorio del 1926

Occorre prima di tutto guardare al contesto storico del 1926. Il fascismo ha appena superato la crisi del delitto Matteotti, ha varato le leggi fascistissime e sta edificando la propria dittatura a viso aperto. In questo passaggio delicato, Mussolini comprende che per consolidare il regime e trasformare il fascismo in una vera e propria «religione politica» (secondo la celebre categoria di Emilio Gentile) è indispensabile conquistare il consenso delle masse cattoliche e trovare un terreno d'intesa con la Santa Sede. Il centenario francescano del 1926 diventa il palcoscenico ideale. Con mossa teatrale, il governo fascista proclama il 4 ottobre festa nazionale a tutti gli effetti, stanziando fondi ingenti per il restauro della basilica di Assisi e promuovendo celebrazioni di Stato in tutta la penisola. La macchina della propaganda rispolvera e amplifica la celebre formula coniata nel 1919 da Gabriele D'Annunzio: Francesco è «il più italiano dei santi, il più santo degli italiani». Attraverso questa nazionalizzazione forzata, il culto del santo medievale viene spogliato della sua vocazione universale per essere trasformato in un pilastro dell'identità patriottica e nella prova storica del primato morale e spirituale della stirpe italica.

Dalla rinuncia al manganello: la metamorfosi del Santo guerriero

Il problema storiografico principale per gli ideologi del regime consisteva nel gestire la natura profondamente disarmata, pauperistica e penitenziale di Francesco. Come conciliare il Poverello che abbraccia i lebbrosi e rifiuta il denaro con l'estetica virile, bellicista e gerarchica del fascismo? La soluzione fu una profonda riscrittura selettiva della biografia francescana. Intellettuali organici, sacerdoti e propagandisti presero a svalutare l'immagine tradizionale del santo ascetico e malaticcio (bollata con disprezzo come una caricatura decadente o un'invenzione del romanticismo protestante ottocentesco) per esaltare invece il giovane Francesco pre-conversione. Venne così enfatizzata la sua partecipazione alla guerra tra Assisi e Perugia nel 1202, il suo passato di soldato a Collestrada e la successiva partenza in armi verso Spoleto, interpretate dalla propaganda come una precoce lotta del sangue italiano contro l'oppressore straniero. Scrittori come Giovanni Papini e il potente francescano padre Agostino Gemelli, fondatore dell'Università Cattolica, contribuirono a forgiare il mito di un Francesco «ardito di Cristo», un trascinatore virile guidato da una volontà d'acciaio, un mistico guerriero capace di imporre una ferrea gerarchia ai suoi seguaci. La povertà francescana non venne più spiegata come critica sociale o rifiuto radicale delle ricchezze mondane, ma come austera «sobrietà guerriera», un sacrificio necessario per temprare lo spirito e servire la grandezza della Nazione.

Il fenomeno del «clero-fascismo» e i santini della propaganda

Questa convergenza ideologica trovò un fertile terreno di coltura in quella vasta corrente che don Luigi Sturzo definì criticamente «clero-fascismo»: settori dell'episcopato, ordini religiosi e intellettuali cattolici convinti che il fascismo rappresentasse lo strumento provvidenziale per spazzare via il liberalismo laico, il socialismo ateo e la massoneria, restaurando una società organicamente cristiana. L'ordine francescano fu particolarmente permeabile a questa fascinazione. Figure come padre Vittorino Facchinetti (soprannominato popolarmente «frate microfono» per la sua incessante attività oratoria alla radio e sulla stampa di regime) diressero riviste illustrate come Frate Francesco, concepite per fondere l'iconografia religiosa con l'apologia mussoliniana. Si assistette a una vera e propria invasione di materiale devozionale ibrido: nelle scuole e nelle parrocchie circolavano santini in cui l'immagine di san Francesco appariva affiancata al ritratto del Duce, celebrato nelle didascalie come «il grande restauratore e protettore della fede francescana». Questo sincretismo visivo attirò persino l'attenzione del grande storico dell'arte tedesco Aby Warburg. Nel 1927, lavorando alle tavole del suo celebre atlante Mnemosyne, Warburg rimase folgorato dall'illustrazione contenuta nel libro di don Ardali: un fotomontaggio che poneva a confronto l'affresco giottesco di Francesco che predica agli uccelli con la fotografia di Mussolini che accarezza con piglio dominatore la leonessa «Italia», donatagli dal comune di Roma. Era la prova visiva di come l'empatia cosmica medievale fosse stata rovesciata nella celebrazione del dominio e del carisma autoritario.

Il doppio binario vaticano: l'enciclica Rite Expiatis e i Patti del 1929

Di fronte a questa spregiudicata operazione propagandistica, l'atteggiamento della Santa Sede fu complesso e segnato da un evidente calcolo diplomatico. Da un lato, papa Pio XI vedeva con estremo favore il recupero della presenza pubblica della Chiesa e la sconfitta del laicismo statale; dall'altro, non poteva tollerare che un capo politico terreno venisse elevato allo stesso rango dei santi o che lo Stato tentasse di assorbire l'autorità morale del Papato. Il 30 aprile 1926 Pio XI promulgò l'enciclica Rite Expiatis, dedicata interamente al centenario di Francesco. Nel testo, il pontefice tesseva le lodi del fondatore dei Frati Minori come campione dell'ortodossia e dell'obbedienza totale alla sede apostolica, ma inseriva un monito severo e inequivocabile: condannava come blasfemo qualsiasi tentativo di assimilare i santi della Chiesa a figure politiche terrene o di strumentalizzare l'insegnamento evangelico per fini di parte. Tuttavia, le gerarchie vaticane evitarono con cura di rompere i ponti con il governo. Figure di primissimo piano della Curia romana, come il cardinale Rafael Merry del Val (inviato papale proprio alle celebrazioni di Assisi del 1926), elogiarono pubblicamente Mussolini definendolo l'uomo mandato dalla Provvidenza per risollevare le sorti morali dell'Italia. Le celebrazioni francescane del 1926 funzionarono così come il vero banco di prova diplomatico ed emotivo che avrebbe condotto, tre anni più tardi, alla firma dei Patti Lateranensi del 1929, sancendo la storica conciliazione tra lo Stato italiano e la Chiesa.

Il miraggio dell'Impero e la nazionalizzazione del 1939

L'ennesimo e più tragico atto di questa metamorfosi ideologica si consumò negli anni Trenta, quando il fascismo intraprese la svolta colonialista e imperialista. Persino il celebre episodio del viaggio di Francesco a Damietta nel 1219, durante la Quinta Crociata, venne completamente risemantizzato. Il disarmato pellegrinaggio del Santo, spinto dal desiderio evangelico e dall'anelito al martirio personale, fu reinterpretato dalla pubblicistica di regime come l'antesignano spirituale dell'espansione coloniale fascista nel Mediterraneo e in Africa Orientale. Francesco veniva descritto come il pioniere che per primo aveva portato la civiltà e la romanità cattolica sulle coste dell'Egitto, aprendo la strada al «ritorno dell'Italia sui mari» e alla redenzione spirituale dei popoli colonizzati. Il processo di assorbimento istituzionale giunse al suo compimento formale il 18 giugno 1939. A pochi mesi dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, con il breve apostolico Licet commissa, papa Pio XII proclamò ufficialmente san Francesco d'Assisi e santa Caterina da Siena «Patroni primari d'Italia». Il cerchio si era definitivamente chiuso: il penitente scalzo del Duecento, che in punto di morte aveva chiesto di essere spogliato di tutto e adagiato sulla nuda polvere, veniva consacrato protettore tutelare dello Stato proprio alla vigilia della sua più disastrosa catastrofe militare.

Bibliografia

-Ardali, Paolo, San Francesco e Mussolini, Mantova, Franco Paladino Editore, 1926.

-Gemelli, Agostino, Il francescanesimo, Milano, Vita e Pensiero, 1933.

-Gentile, Emilio, Il culto del littorio. La sacralizzazione della politica nell'Italia fascista, Roma-Bari, Laterza, 1993

-Moro, Renato, Il mito dell'Italia cattolica: nazione, religione e cattolicesimo negli anni del fascismo, Roma, Edizioni Studium, 2020.

-Ceci, Lucia, L'interesse superiore. Il Vaticano e l'Italia di Mussolini, Roma-Bari, Laterza, 2013 (ed. ingl. The Vatican and Mussolini's Italy, Brill, 2016).

-James, Montagu, The Mussolinization of St Francis of Assisi, in «Journal of Italian Cinema & Media Studies», 13:3 (2025), pp. 237-252 .

-Recchi, Davide, Santi in camicia nera. L'uso politico della religione nel fascismo, Roma, Rogas Edizioni, 2021.

SOCIAL

Email

taberna.historiae@gmail.com

+390612345678

© 2026. All rights reserved.