L'agguato sul Monongahela

Lo scontro tra una potenza che si credeva troppo sicura di sé e un'altra che sapeva come sfruttare tutte le proprie risorse

Monongahela, 9 luglio 1755: il disastro di Braddock

Dopo settimane di marcia forzata attraverso le foreste tra Virginia, Maryland e Pennsylvania, la colonna di Edward Braddock è a un passo da Fort Duquesne. Nessuno, in quel momento, immagina che nel giro di poche ore l'esercito britannico verrà quasi annientato da una forza francese e nativa numericamente inferiore.

L'imboscata

Il 9 luglio l'avanguardia inglese, 200 uomini guidati dal tenente colonnello Thomas Gage, sta attraversando per la seconda volta il Monongahela, seguita a circa 400 metri dal grosso delle forze di Braddock. Dall'altra parte, i francesi hanno perso tempo prezioso, dato che trecento indiani hanno preso una strada diversa e si sono ricongiunti solo più avanti, e non riescono a colpire gli inglesi durante il guado. È l'alfiere Charles-Michel de Langlade a suggerire di tendere comunque un agguato nella foresta.

Guadato il fiume, la colonna britannica gira a sinistra seguendo il corso d'acqua, divisa in avanguardia, corpo centrale con Braddock e retroguardia, con pattuglie ai fianchi. Il primo contatto avviene quasi per caso: gli uomini di Gage si imbattono negli indiani e nel capitano Beaujeu, che rimane ucciso nei primi scambi di fuoco. Per un momento canadesi e nativi si disperdono, ma le truppe di marina francesi tengono la posizione, e lo scontro si accende. I francesi combattono ben mimetizzati tra gli alberi; gli inglesi, con le loro giubbe rosse, sono bersagli perfetti.

Il caos nella foresta

Braddock invia subito 800 uomini di rinforzo e si porta personalmente sul luogo dello scontro, lasciando solo 400 uomini a guardia dei rifornimenti. Lungo il tragitto incrocia però Gage e i suoi in ritirata, che hanno abbandonato le posizioni e due cannoni. Il risultato è che l'intero esercito britannico si ritrova ammassato in uno spazio ristretto, mentre le pattuglie ai fianchi vengono a loro volta respinte nel mucchio, aggravando la confusione.

A quel punto rientrano in gioco i canadesi, tiratori scelti che sparano senza sosta al riparo della vegetazione, colpendo soprattutto gli ufficiali. Braddock tenta in ogni modo di rimettere ordine tra le sue truppe, ma il fumo e la ressa impediscono di individuare il nemico. Molti soldati si nascondono o cercano di fuggire, altri sparano alla cieca colpendo persino i propri compagni.

Quando la retroguardia guidata da Sir Peter Halket viene raggiunta dai francesi, vengono uccisi sia Halket che suo figlio nello scontro e i conducenti dei carri fuggono in massa. Una sortita di 100 uomini guidata dal tenente colonnello Burton, tentata per neutralizzare con un cannone la posizione dei tiratori canadesi, fallisce e lo stesso Burton resta ferito.

La morte di Braddock

Con la retroguardia ormai travolta, i francesi circondano quel che resta della colonna. Braddock continua a muoversi avanti e indietro cercando di riorganizzare i suoi uomini, ma alle quattro del pomeriggio, mentre sta per ordinare la ritirata, viene colpito a un polmone, probabilmente, secondo le ricostruzioni, da uno dei suoi stessi soldati in fuga.

Washington, unico ufficiale rimasto illeso, fa caricare il comandante su un carro e ordina la ritirata generale. I superstiti, ormai a corto di munizioni, abbandonano carri, cannoni e persino i piani di guerra nella fuga. È ancora Washington a organizzare una difesa al guado che permette al resto delle truppe di ritirarsi, mentre solo una cinquantina di indiani tenta l'inseguimento, visto che i più, nel frattempo, si sono fermati a saccheggiare i barili di rum degli inglesi.

Il bilancio è impietoso: circa 900 soldati britannici caduti su un totale stimato di 1.200-1.300, contro appena una quarantina di perdite tra i francesi e i loro alleati nativi. Nonostante l'inferiorità numerica, i francesi si sono adattati perfettamente al terreno, mentre gli inglesi hanno scoperto sulla propria pelle i limiti della tattica europea in un contesto di guerriglia forestale. Il disprezzo di Braddock per gli esploratori nativi, unito a uno schieramento di pattuglie insufficiente e alla decisione di lanciare il grosso della colonna dritto verso gli spari invece di trincerarsi, si è rivelato fatale.

La ritirata e la fine

Il 10 luglio il capitano francese Dumas torna sul campo di battaglia con un centinaio di uomini, ma senza il supporto delle spie native rinuncia a spingersi oltre. Le forze inglesi, ancora disorganizzate, fuggono verso la fattoria di Christopher Gist, sopravvissuto allo scontro, dove incontrano parte delle truppe di Dunbar. La notte trascorre nel terrore, con i soldati convinti di essere ancora circondati.

Solo il giorno seguente si riesce a ricomporre parzialmente le file. Braddock viene messo a cavallo, ma i dolori lo costringono presto a tornare su una barella. Ricongiuntosi con Dunbar, decide di ripiegare definitivamente su Fort Cumberland, a 70 miglia di distanza. Provviste e munizioni non trasportabili vengono distrutte per non lasciarle al nemico. Il 13 luglio Braddock muore. Il suo corpo viene sepolto sotto la strada percorsa dai soldati in ritirata, per evitare che venga trovato e profanato.

Eppure, sul piano puramente numerico, gli inglesi disponevano ancora di 1.600 uomini, superiori alle forze francesi private ormai del supporto nativo: a decidere l'esito non furono i numeri, ma il panico di un esercito abituato agli schemi quasi geometrici della guerra europea.

Le conseguenze

La notizia della disfatta si diffonde rapidamente nelle colonie. Il governatore Dinwiddie, informato da Washington, scrive al colonnello Dunbar ordinandogli di non abbandonare le posizioni sul confine. Ma Dunbar è già in marcia verso la Pennsylvania, dove il governatore Shirley, ora al comando delle forze britanniche in America, lo ha invitato a raggiungerlo per l'attacco a Fort Niagara; la sua marcia, tuttavia, procede con estrema lentezza. Se al suo posto ci fosse stato Washington, difficilmente il confine sarebbe rimasto sguarnito e forse, senza più l'appoggio nativo ai francesi, un secondo tentativo avrebbe avuto un esito diverso.

Il Consiglio della Virginia stanzia 40.000 sterline per una nuova spedizione, e il 14 agosto 1755 Washington viene nominato colonnello, con l'incarico di difendere il confine virginiano con 1.000 uomini: un compito che svolgerà tra mille difficoltà, guadagnandosi il rispetto dei suoi concittadini. In Maryland, un gruppo di 80 soldati erige Fort Frederick con lo stesso scopo difensivo.

Sul fronte opposto, Dumas succede a Contrecoeur al comando dell'Ohio e, forte dell'appoggio di numerose tribù ormai schierate con i francesi, lancia una lunga serie di incursioni contro gli insediamenti inglesi scegliendo, però, di colpire soprattutto i villaggi civili piuttosto che le postazioni militari, secondo le priorità dettate dagli stessi alleati nativi.

Bibliografia essenziale:

  • Rosselli, Alberto, Sulle alture di Abraham. La Guerra Franco Indiana del 1754-1763, Soldiershop, Milano 2021.

  • Angelini, Michele, Tra forti, foreste e rapide. La guerra franco-indiana nella prospettiva globale della guerra dei sette anni, Odoya, Bologna 2025.

  • Patisso, Giuseppe, L’impero del Giglio. I francesi in America del Nord (1534-1763), Carocci, Roma 2018.

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