Il tumulto dei ciompi
Rivolta o rivoluzione?
Una metropoli industriale nel cuore del Medioevo
Per comprendere ciò che accadde nell'estate del 1378 a Firenze, bisogna liberarsi da un diffuso cliché: il Medioevo non fu unicamente un'epoca di castelli polverosi, dame e contadini analfabeti chini sui campi. La Firenze del Trecento era una delle metropoli finanziarie e manifatturiere più ricche d'Europa. Dentro le sue mura batteva il cuore di un'industria tessile su larga scala, controllata dall'Arte della lana. In una città di poco inferiore ai centomila abitanti, il settore dava lavoro a circa quindicimila persone. Non si trattava ancora di fabbriche con grandi capannoni e ciminiere, ma la struttura produttiva era già moderna ed efficiente. I mercanti-imprenditori (i lanaioli) compravano la materia prima in Inghilterra o in Spagna investendo capitali ingenti. La lana veniva quindi distribuita a domicilio a una sterminata filiera di operai specializzati: lavatori, cardatori, filatori, tessitori, follatori, tintori e scardassieri. Una catena umana complessa, sottoposta a turni massacranti e a una rigida disciplina. Eppure, questa massa imponente di manodopera viveva in un limbo giuridico e politico. A Firenze il governo cittadino era monopolio delle corporazioni (le «Arti»), divise tra Arti maggiori (i grandi industriali, banchieri e giudici, il cosiddetto «popolo grasso») e Arti minori (piccoli artigiani e bottegai, il «popolo minuto»). Chi lavorava a salario sotto padrone non aveva una propria associazione, non poteva eleggere rappresentanti nei consigli di governo e non aveva diritto di sciopero. Peggio ancora: la disciplina sul lavoro era affidata all'«ufficiale forestiero», un magistrato nominato direttamente dai padroni, con il potere di multare, arrestare e persino frustare gli operai insubordinati. A questo si aggiungeva l'inflazione della «moneta picciola», quella di rame e argento con cui venivano pagate le giornate di lavoro, che perdeva costantemente valore rispetto al fiorino d'oro usato dai mercanti per accumulare profitti.
La scintilla di palazzo e le paure del popolo
Come spesso accade nelle grandi crisi storiche, la scintilla iniziale non scoccò nei quartieri operai, bensì nelle stanze del potere. Nel giugno del 1378 il gonfaloniere di giustizia Salvestro de' Medici propose di inasprire gli antichi Ordinamenti di giustizia contro i «magnati», l'aristocrazia nobiliare. I magnati erano formalmente esclusi dal governo, ma controllavano un'istituzione temutissima: la Parte guelfa. Da anni i capi del partito usavano l'arma dell'«ammonizione», accusando i propri rivali politici di simpatie ghibelline per cacciarli dalla vita pubblica con processi sommari. Salvestro, percependo l'ostilità dei priori del popolo grasso alla sua proposta, decise di compiere un gesto di rottura: abbandonò la giunta e scese nel Consiglio del popolo a gridare che i suoi colleghi erano venduti e proteggevano i nobili. La manovra incendiò gli animi della piccola borghesia. Il 22 giugno le botteghe chiusero e le corporazioni scesero in piazza armate. Tra la folla, tuttavia, fecero la loro prima comparsa anche i lavoratori non iscritti alle Arti, che approfittarono della confusione per assaltare e dare alle fiamme le case dei ricchi mercanti e dei giudici più arroganti. La paura si impadronì della città. Per settimane Firenze rimase paralizzata, con le case private presidiate da guardie armate e le botteghe aperte solo attraverso piccole fessure negli stipiti. Nelle taverne e nelle cantine dei quartieri popolari, intanto, i salariati cominciarono a organizzarsi per conto proprio.
«I priori fanno carne!»: l'esplosione di luglio
La notte del 19 luglio 1378 il governo cittadino decise di intervenire con la forza. Sulla base di delazioni anonime, la polizia arrestò quattro operai e li condusse nei sotterranei di Palazzo Vecchio. Uno di loro, Simoncino di Bartolomeo, fu interrogato a lungo, anche sotto tortura. La sua testimonianza, conservata nei verbali, spiegava con disarmante lucidità il cuore della protesta: i lavoratori non volevano più essere sottomessi all'ufficiale dell'Arte della lana né subire le decurtazioni arbitrarie delle paghe. Ma, soprattutto, Simoncino pronunciò una frase che sconvolse i magistrati: gli operai esigevano di «avere parte nel reggimento della città». Volevano cioè entrare nella stanza dei bottoni. Mentre i priori pianificavano una dura rappresaglia convinti che nessuno sapesse dell'interrogatorio, accadde l'imprevisto. Nelle cantine del palazzo si trovava un artigiano incaricato di riparare il grande orologio pubblico. Sentendo le grida dei torturati, l'orologiaio comprese subito da che parte stare. Uscì prima dell'alba e corse per le strade gridando: «All'arme! All'arme! I priori fanno carne!», incitando i poveri a prendere i bastoni e le balestre prima di essere massacrati. Il mattino del 20 luglio una folla enorme occupò piazza della Signoria. Per la prima volta le cronache registrano un nome collettivo destinato a fare epoca: i «Ciompi». L'origine del termine resta incerta, ma descriveva la massa compatta dei cardatori e dei braccianti della lana. Spaventati dal numero degli assedianti, i priori rilasciarono i prigionieri, ma l'ondata non si arrestò. Il giorno seguente i Ciompi costrinsero le altre corporazioni a unirsi a loro e assaltarono il palazzo del podestà, bruciando i registri giudiziari e impadronendosi del gonfalone di giustizia. Il 22 luglio la folla prese d'assalto Palazzo Vecchio. I priori fuggirono alla spicciolata da una porticina secondaria. Alla testa degli insorti, scalzo e con indosso solo un paio di calzoncelli da lavoro, c'era un operaio tessile: Michele di Lando. Fu lui, acclamato dalla folla con lo stendardo in pugno, a salire le scale e a insediarsi come nuovo gonfaloniere di giustizia di Firenze.
Il governo del Popolo di Dio
Nelle giornate successive non andò in scena una cieca jacquerie di distruzione, ma una vera e propria operazione di riforma costituzionale. I Ciompi dimostrarono una notevole maturità istituzionale. Per prima cosa ottennero la creazione di tre nuove corporazioni operaie, la più rilevante delle quali raccoglieva tutti i lavoratori esclusi del tessile sotto l'insegna di un angelo con la spada: l'Arte del «Popolo di Dio». Assieme alle altre due (tintori e sarti), i lavoratori salariati ottenevano così il diritto di sorteggiare i propri membri per le massime magistrature della Repubblica. Nel nuovo collegio dei nove priori, tre seggi furono assegnati alle Arti maggiori, tre alle Arti minori e ben tre ai rappresentanti dei lavoratori appena organizzati. Nei giorni successivi il governo rivoluzionario approvò una serie di provvedimenti economici straordinari: l'abolizione definitiva dell'odiato ufficiale dell'Arte della lana; misure monetarie per difendere il valore dei salari pagati in moneta picciola; la riduzione del prezzo del sale e la cancellazione della gabella sul grano; l'obbligo imposto a tutti i lanaioli di produrre un quantitativo minimo di pezze di panno ogni mese, scongiurando così il rischio che i padroni affamassero la piazza ricorrendo alla serrata delle botteghe.
La rottura del fronte e la controrivoluzione
Questo equilibrio inedito, tuttavia, non resse a lungo: durò appena trentotto giorni. Il fronte sociale che aveva reso possibile la vittoria di luglio cominciò rapidamente a disgregarsi. Se i piccoli artigiani delle Arti minori avevano solidarizzato con gli operai per ridimensionare il potere dei banchieri e dei grandi mercanti, non erano affatto disposti a vedere la città permanentemente ostaggio della piazza né ad accettare l'egemonia politica dei proletari. Dal canto loro, i Ciompi più radicali temevano che i nuovi priori stessero già annacquando le promesse di rinnovamento. A metà agosto gli operai costituirono un comitato autonomo e parallelo, gli «Otto Santi del Popolo di Dio», chiedendo un diritto di veto preventivo su ogni deliberazione di Palazzo Vecchio e pretendendo di insediare i propri delegati all'interno della residenza del governo. La rottura definitiva si consumò il 27 agosto, quando i portavoce degli Otto Santi si presentarono al palazzo con le loro petizioni. Sentendosi minacciato nella propria autorità, proprio Michele di Lando estrasse la spada, ferì i delegati e li fece arrestare. Il capo della rivolta sceglieva così di farsi garante dell'ordine costituito. Il 31 agosto 1378 scattò la trappola controrivoluzionaria. I dirigenti delle corporazioni maggiori e minori mobilitarono in segreto i propri affiliati, convocandoli in armi sul selciato della piazza. Mentre i Ciompi sostavano stanchi e disorientati sotto il sole estivo, le altre Arti diedero improvvisamente l'assalto con ferocia inaudita, guidate dalle mannaie dei macellai e dai garzoni degli osti. Dalle finestre di Palazzo Vecchio i balestrieri del comune aprirono il fuoco sui manifestanti. Presi alle spalle e traditi dai loro stessi compagni di strada, gli operai furono sbaragliati e costretti alla fuga nei vicoli popolari. Nei giorni successivi la repressione fu sistematica: il gonfalone del Popolo di Dio venne stracciato in pubblico, i due priori operai furono cacciati e l'Arte dei Ciompi fu formalmente soppressa. Nel giro di pochi anni anche le altre due nuove Arti furono revocate e l'élite del popolo grasso restaurò un'oligarchia ancora più ristretta.
Un laboratorio politico per la modernità
A lungo la memoria storica ha liquidato il tumulto del 1378 come una cieca fiammata di violenza dettata dalla miseria o dall'improvviso carovita. Eppure, guardando al quadro europeo della seconda metà del Trecento, la realtà appare assai diversa. Le grandi insurrezioni del periodo — dai contadini francesi della Jacquerie nel 1358 ai ribelli inglesi del 1381, fino alle comunità montane dei Tuchini in Piemonte — non scoppiarono mai durante le grandi carestie o per effetto della pura fame. Al contrario, dopo il tracollo demografico provocato dalla peste del 1348, la drastica riduzione della forza lavoro aveva aumentato il valore dei salariati e il loro potere d'acquisto, consentendo alle classi inferiori di mangiare meglio, vestirsi meglio e nutrire inedite speranze di ascesa sociale. Il carovita o l'iniquità fiscale rappresentavano semmai la scintilla contingente, il detonatore psicologico che faceva esplodere un malcontento maturato in una fase di maggiore consapevolezza dei propri diritti. In questo scenario comune a tutto l'Occidente, la sollevazione fiorentina conserva però una straordinaria e modernissima specificità: non fu una rivolta agraria né un semplice moto contro le imposte, ma la prima grande insurrezione operaia e urbana dell'Europa medievale. Mentre altrove gli insorti chiedevano la cancellazione di tributi ingiusti o l'abolizione del servaggio, i Ciompi andarono infinitamente oltre la pura rivendicazione salariale o tariffaria. Seppero dare vita a un programma propriamente costituzionale: pretesero la creazione di una propria corporazione, vollero abbattere il monopolio giudiziario dei padroni e rivendicarono, con lucidità sconcertante per l'epoca, il diritto di sedere a pieno titolo nelle massime cariche di governo della repubblica. Non chiedevano soltanto pane o giustizia, ma il potere politico. Per un breve istante, i lavoratori della manifattura riuscirono a dimostrare che anche chi non possedeva nulla tranne le proprie braccia poteva aspirare a governare la città.
Bibliografia
G. Petralia, Mobilità negate: intorno al tumulto fiorentino detto dei «Ciompi», in S. M. Collavini - G. Petralia (a cura di), La mobilità sociale nel Medioevo italiano, 4: Cambiamento economico e dinamiche sociali (secoli XI-XV), Roma, Viella, 2019.
Niccolò Rodolico, I Ciompi. Una pagina di storia del proletariato operaio, Firenze, Sansoni, 1945
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Gene A. Brucker, The Ciompi Revolution, in N. Rubinstein (a cura di), Florentine Studies: Politics and Society in Renaissance Florence, London, Faber & Faber, 1968, pp. 314-356.
G. Scaramella (a cura di), Il Tumulto dei Ciompi. Cronache e memorie, Bologna, Zanichelli, 1917-1934 (Rerum Italicarum Scriptores, nuova ed., tomo XVIII, parte III)




