Francesco oltre il mito
Decostruire l'icona per riscoprire l'uomo del Duecento
La fabbrica del mito e l'invenzione del «santino»
C’è una sottile ironia nell’uso che la storia fa dei suoi protagonisti più radicali. Più un uomo ha cercato di rimanere invisibile, scomodo e intransigente durante la propria vita terrena, più la posterità lavora con instancabile dedizione per addomesticarlo, trasformandolo in un simbolo rassicurante e utile alle esigenze del presente. È esattamente ciò che è accaduto a Francesco d’Assisi. Oggi ci sembra quasi naturale associarlo a un’immagine di pacifica dolcezza: un uomo che parla agli uccelli, addomestica i lupi e guarda il mondo con una sorta di sereno ottimismo cosmico. Eppure, se c'è un dato che emerge con forza devastante dalla storiografia critica, è che il Francesco che crediamo di conoscere è in gran parte il prodotto di un gigantesco processo di stratificazione ideologica. Nel corso dei secoli, e in particolare durante il Novecento, la cultura di massa, le istituzioni e la politica hanno proiettato su di lui desideri e categorie concettuali del tutto estranee al XIII secolo. Si pensi a quando, nel 1939, il regime fascista e la Chiesa cattolica proclamarono Francesco patrono d’Italia: la figura del penitente duecentesco, ossessionato dal giudizio divino e dal disprezzo per le glorie mondane, venne arruolata d’ufficio per celebrare il genio della stirpe e la pacificazione della nazione. Riconoscere questa colossale operazione di riscrittura non significa sminuire la statura del personaggio, ma compiere un’operazione di pulizia storiografica indispensabile: separare l'uomo reale dal "falso storico" accumulato dalla memoria collettiva.
Il Cantico delle Creature non è un manifesto ecologista
L’equivoco forse più pervasivo della nostra epoca riguarda il presunto ecologismo di Francesco. La sensibilità contemporanea, affamata di modelli spirituali legati al rispetto dell’ambiente, ha eletto il Cantico di frate Sole a manifesto di un’armonia cosmica e di un romanticismo naturalistico ante litteram. Ma se inseriamo quel testo nel suo preciso contesto teologico e politico, la lettura cambia radicalmente. Francesco non scrive una poesia di evasione per lodare la bellezza del paesaggio umbro. Scrive un’orazione in volgare pensata per combattere l'eresia più minacciosa e diffusa del suo tempo: il catarismo. Nell'Italia centrale del Duecento, i Catari predicavano una dottrina rigidamente dualista. Secondo la teologia catara, il mondo materiale, il corpo umano, la carne, la terra, il fuoco e l'acqua non erano stati creati da Dio, ma dal demonio; la materia era la prigione orribile in cui le anime divine erano state intrappolate. In questo clima di aspra battaglia dottrinale, celebrare «messor lo frate Sole», «sora Luna», «frate Focu» e perfino «sora nostra Morte corporale» equivaleva a scagliare una polemica teologica diretta contro i dualisti. Francesco grida che la materia, il mondo sensibile e la corporeità sono cose buone, nobili e sante, perché uscite direttamente dalle mani del Creatore. Non c’è alcuna traccia di sentimentalismo ecologico o di culto dell'ambiente in senso moderno; c’è invece la riaffermazione militante e rigorosamente ortodossa del dogma cristiano della Creazione.
Davanti al Sultano: martirio e conversione, non dialogo ecumenico
Un altro luogo comune insidioso e diffusissimo riguarda il celebre viaggio compiuto da Francesco nel 1219, quando si imbarcò per il Medio Oriente nel corso della Quinta Crociata e raggiunse il campo di Damietta, riuscendo a farsi ricevere dal sultano d'Egitto al-Malik al-Kamil. Molta pubblicistica contemporanea ha voluto trasformare quell'episodio in un vertice di diplomazia ecumenica, la prima manifestazione di pacifismo moderno contro la violenza delle Crociate. La storiografia dimostra che questa interpretazione costituisce una flagrante proiezione anacronistica. Francesco non si reca al campo crociato per protestare contro la guerra in nome di una generica tolleranza interreligiosa, né per stabilire un tavolo di trattativa o un dialogo paritario tra fedi diverse. Parte spinto da una fame bruciante di martirio: vuole andare nella terra degli "infedeli" per annunciare la Verità del Vangelo e, se necessario, versare il proprio sangue per la fede in Cristo. Quando giunge al cospetto del Sultano, Francesco non cerca un compromesso intellettuale né elogia i valori della cultura islamica; predica apertamente la conversione del sovrano e della sua corte all'unica vera fede, arrivando persino a proporre la prova del fuoco per dimostrare la superiorità del Dio cristiano. Ciò che distingue radicalmente Francesco dai crociati suoi contemporanei non è lo scopo finale — che rimane l'affermazione della fede in Cristo —, ma la scelta dei mezzi. Francesco rifiuta la spada, l'armatura e la violenza militare, scegliendo l'arma del disarmo assoluto, dell'umiltà e della parola inerme. Ridurre questa tensione martiriale a una precocizzazione del relativismo ecumenico significa cancellare del tutto la mentalità religiosa dell'uomo del Duecento.
Il segreto delle Stimmate e l'uso politico del miracolo
Tra tutti gli elementi che costituiscono il mito di Francesco, quello delle Stimmate occupa un posto centrale. Nel corso dei secoli, il miracolo della Verna del 1224 è stato presentato come la firma divina, la prova visibile e cosmica della santità del fondatore. Eppure, se analizziamo i documenti autografi di Francesco con rigore filologico, ci imbattiamo in un fatto sconcertante: Francesco non nomina mai, in nessun testo, le Stimmate. Negli ultimi due anni di vita, come attestano le memorie dei suoi compagni più intimi, egli fa di tutto per nascondere le piaghe alle mani, ai piedi e al costato, fasciandole con panni di tela ed evitando con cura ossessiva che qualcuno possa vederle o toccarle. Le Stimmate non sono un trofeo da esibire, ma un'esperienza mistica dolorosa, segreta e vissuta nell'angoscia della mortificazione corporale. La rivelazione pubblica e clamorosa dell'evento avviene soltanto dopo la sua morte, attraverso la celebre lettera enciclica indirizzata a tutti i frati dal vicario frate Elia. In quel momento, il miracolo taciuto in vita diventa uno strumento politico di incalcolabile valore. La Curia papale, guidata da Gregorio IX, comprende immediatamente la potenza di quel segno straordinario: le Stimmate diventano il sigillo impresso da Dio in persona sulla Chiesa romana e sulla missione dell'Ordine francescano, proprio negli anni in cui l'istituzione ecclesiastica deve difendersi dagli attacchi degli eretici e dalle tensioni con l'imperatore Federico II. Un'esperienza ascetica intimamente sofferta e nascosta venne così estratta dalla riservatezza del Santo per essere trasformata nella più potente arma di legittimazione istituzionale del XIII secolo.
Il rogo delle fonti e la cancellazione del Francesco reale
La costruzione del mito di san Francesco non si è svolta in un clima di tranquilla devozione, ma dentro una vera e propria guerra per la memoria combattuta con spietatezza all'interno dello stesso Ordine francescano. Quando Francesco muore nel 1226, lascerà dietro di sé una comunità lacerata. Da una parte ci sono i compagni della prima ora, gli intransigenti che hanno condiviso con lui gli stenti delle origini e che ricordano un Francesco amaro, duro, fortemente anti-intellettuale, contrario all'edificazione di grandi conventi e tragicamente deluso dalla deriva burocratica dell'Ordine. Dall'altra parte c'è la maggioranza dei frati ormai clericalizzati e la Curia romana, che necessitano di un'immagine pacificata del fondatore per governare un movimento diventato gigantesco. Le prime biografie ufficiali, comprese quelle scritte da Tommaso da Celano, non riescono a placare i contrasti. L'ala rigorista continua a far circolare memoriali clandestini in cui si narra dell'intransigenza di Francesco contro i frati dotti e delle sue profetiche maledizioni contro i traditori dell'ideale pauperistico. La situazione diventa così esplosiva per la stabilità della Chiesa e dell'Ordine che nel 1260 si decide di intervenire con la massima autorità: il Ministro generale Bonaventura da Bagnoregio viene incaricato di redigere una nuova biografia, la Legenda maior. Bonaventura compie un capolavoro politico e teologico: neutralizza ogni spigolo caratteriale di Francesco, nasconde i liti con i compagni, elimina le sue invettive contro lo studio e presenta il fondatore come un modello di santità sovrumana, angelica e inimitabile. Ma l'operazione non si ferma qui. Nel 1266, il Capitolo generale di Parigi prende una decisione senza precedenti nella storia ecclesiastica medievale: ordina la distruzione sistematica di tutte le biografie antecedenti a quella di Bonaventura. I frati vengono mandati in tutte le biblioteche e i conventi d'Europa per raschiare e bruciare i testi di Celano e le memorie dei primi compagni, attuando una spietata damnatio memoriae per far trionfare l'unica versione approvata. Se oggi la storiografia critica è in grado di ricostruire la figura reale di Francesco, lo si deve unicamente alla resistenza di pochi amanuensi clandestini che riuscirono a nascondere quei manoscritti proibiti. Decostruire il mito non significa dunque dissacrare il personaggio, ma riconoscergli il diritto alla sua verità storica: quella di un penitente radicato nel suo tempo, il cui messaggio fu così devastante da dover essere bruciato nei libri per poter essere accettato dal mondo.
Bibliografia
Barbero, Alessandro, San Francesco, Bari-Roma, Editori Laterza, 2025.
Frugoni, Chiara, Francesco e l'invenzione delle stimmate. Una storia per parole e immagini fino a Bonaventura e Giotto, Torino, Einaudi, 1993.
Frugoni, Chiara, Vita di un uomo: Francesco d'Assisi, Torino, Einaudi, 1995.
Merlo, Grado Giovanni, Nel nome di San Francesco. Storia dei frati Minori e del francescanesimo sino agli inizi del XVI secolo, Padova, Editrici Francescane, 2003.
Dalarun, Jacques, La vita ritrovata di Francesco d'Assisi, trad. it., Milano, Edizioni Biblioteca Francescana, 2015.




