Federico Barbarossa e l'Italia
La Storia dietro il mito
La genesi del malinteso e la memoria risorgimentale
La costruzione storiografica che ha trasformato la contesa tra i Comuni padani e Federico I Barbarossa in una guerra di liberazione nazionale rappresenta uno dei più tenaci anacronismi ereditati dall'Ottocento. La cultura romantica descrisse quello scontro come la sollevazione patriottica delle popolazioni italiane contro un dominatore straniero. In tale prospettiva, la Lega Lombarda assumeva i tratti di una federazione repubblicana antesignana dello Stato moderno, mentre la battaglia di Legnano del 29 maggio 1176 veniva celebrata quale miracolo di fanti popolani stretti a difesa del Carroccio per abbattere la superbia dell'aristocrazia feudale germanica.
La moderna critica storica ha però restituito a quella stagione la sua autentica fisionomia. Il verdetto è limpido: i fatti accaduti tra il 1154 e il 1183 non risposero ad alcun anelito di unità nazionale, sentimento allora del tutto estraneo ai contemporanei.
La guerra trentennale tra l'Impero e le città padane fu invece il risultato di una profonda frizione maturata tra due universi politici: da un lato, il progetto imperiale di restaurazione giuridica e fiscale della monarchia; dall'altro, la difesa delle autonomie municipali consolidate dalle élites urbane durante la lunga assenza dei sovrani tedeschi, impegnati a risolvere le laceranti contese dinastiche nel Regno di Germania.
L’orizzonte imperiale: il controllo del Regno italico e il miraggio del Sud
Quando nell'autunno del 1154 il giovane Federico I di Hohenstaufen, eletto due anni prima re di Germania e dei Romani, varcò le Alpi per la prima discesa nella penisola, la sua priorità non era muovere guerra alle città padane. L'obiettivo era raggiungere Roma per cingere la corona imperiale per mano del pontefice e arginare l'espansionismo delle potenze concorrenti nella penisola, ossia l’Impero Bizantino e il Regno normanno di Sicilia.
Il Mezzogiorno costituiva il vero fulcro delle ambizioni imperiali. La sua sottomissione avrebbe consentito al Barbarossa di riunificare l'intera penisola sotto il proprio scettro e di proiettarsi verso il Mediterraneo. Dall'Italia centro-settentrionale il sovrano esigeva invece la cessazione delle guerre intestine tra le città e il pieno controllo delle ingenti risorse economiche della pianura padana. Le fiorenti città del Regno italico garantivano infatti un gettito imponente in moneta argentea, risorsa indispensabile per mantenere l'esercito. Perché il piano mediterraneo potesse realizzarsi, l'Italia settentrionale doveva obbedire, pagare e rimanere pacificata.
Il nodo delle regalie e la riscoperta del diritto a Roncaglia
La realtà trovata dal Barbarossa al di qua delle Alpi era tuttavia assai lontana dalla quiete sperata. Per oltre mezzo secolo i sovrani avevano visitato la penisola solo sporadicamente. In questo vuoto di potere centrale, i maggiori centri urbani avevano colmato l'assenza di governo organizzandosi nella forma del Comune consolare. Le città avevano assunto l’esercizio di fatto delle supreme prerogative di diritto pubblico: riscuotevano i pedaggi, incameravano le gabelle sui porti, percepivano le imposte, battevano moneta e, soprattutto, amministravano la giustizia civile e penale attraverso magistrati propri. Tutto questo, con il trascorrere delle generazioni, era diventato una consuetudine radicata e, agli occhi dei Comuni, assolutamente legittima.
Tuttavia quando il sovrano giunse in Italia non aprì le ostilità. Furono piuttosto le comunità urbane minori, come Lodi, Como, Pavia e Cremona, a implorare Federico di muovere guerra contro Milano la quale, da decenni, si comportava come una potenza imperialista e aveva raso al suolo Lodi nel 1111 e sottomesso Como nel 1127. Per queste città l'imperatore era tutt’altro che un oppressore, ma piuttosto il supremo garante della giustizia.
Federico comprese che per riportare l’ordine occorreva stabilire un quadro normativo inoppugnabile. Nella grande dieta di Roncaglia del novembre 1158, convocata dopo aver assediato e costretto Milano alla resa, l'imperatore promulgò allora la solenne Constitutio de regalibus (costituzione sulle regalie). Questo testo ribadiva che ogni potere pubblico emanava esclusivamente dalla corona, e appartenevano di diritto all'imperatore l'amministrazione della giustizia, la nomina dei magistrati, il controllo delle vie maestre e dei fiumi navigabili, i dazi di transito, i proventi della zecca, l'esazione del fodro per il sostentamento dell'esercito regio. Inoltre, proclamava il divieto per le città di stipulare leghe o confederazioni tra loro. I Comuni potevano continuare a godere di tali proventi, ma unicamente in virtù di un'esplicita concessione imperiale, sempre revocabile e subordinata al pagamento di pesanti canoni annui.
La nascita della Lega
Milano riprese quasi immediatamente le armi e, al termine di un assedio durato mesi, nel marzo del 1162 Federico ordinò la distruzione della città. Sull'onda del trionfo militare, la corte decise di abbandonare la mediazione con le classi dirigenti locali e impose un apparato di governo burocratico diretto.
Nelle città vinte vennero insediati vicari e podestà di provenienza germanica, i quali imposero una riscossione tributaria durissima.Questa pressione fiscale triplicò le entrate imperiali, ma finì per colpire persino i centri tradizionalmente alleati. L'insostenibilità del prelievo e la privazione dell'autogoverno determinarono allora un repentino capovolgimento delle alleanze. Nella primavera del 1167, antiche nemiche giurate come Cremona, Bergamo, Brescia e Mantova si unirono in un patto di mutuo soccorso, ricostruirono Milano e diedero vita alla Lega Lombarda. La nuova alleanza si dotò di magistrature sovralocali, istituì un proprio sigillo federale, compose arbitrati per pacificare le dispute tra le città associate e, in aperta sfida alla prerogativa sovrana di creare centri urbani, fondò dal nulla e intitolò al nuovo papa, divenuto loro alleato, la città fortezza di Alessandria.
Gli anni della svolta
Nel frattempo l’imperatore era dovuto tornare in Germania dopo che una violenta epidemia aveva decimato il suo esercito.
Lì vi rimase per ben sei anni, impegnato a sedare le tensioni interne al regno tedesco.
Soltanto nell'autunno del 1174 il Barbarossa scese nuovamente in Italia con un grande esercito e l'obiettivo di distruggere il simbolo stesso della sfida comunale: la città di Alessandria. L'assedio si protrasse per oltre cinque mesi nel fango e nel gelo dell'inverno padano, ma la tenacia degli assediati respinse ogni assalto fino a che Federico non dovette ritirarsi.
La guerra si riaccese alla fine del 1175, ma nel frattempo il Barbarossa era riuscito a incrinare il fronte nemico: Como e Tortona abbandonarono la Lega e tornarono dalla parte dell'Impero.
Lo scontro di Legnano
Nella primavera del 1176 Federico ordinò ai principi tedeschi un contingente di rinforzo a cavallo, e circa duemila cavalieri lo raggiunsero a Como. Qui l'imperatore assunse il comando delle truppe fresche con l'intento, ancora una volta, di attaccare Alessandria.
Informati della manovra, i dirigenti comunali della Lega decisero di sbarrargli la strada. La battaglia avvenne il 29 maggio 1176 nelle campagne attorno a Legnano, dove la Lega ottenne una vittoria di portata storica.
L'urto iniziale travolse l'avanguardia a cavallo lombarda mettendola in fuga verso Milano. Tuttavia, la carica della cavalleria tedesca si infranse contro il muro difensivo dei fanti cittadini, saldi sul terreno accidentato e motivati dalla coesione rionale. Il logoramento degli assalitori consenti alla cavalleria comunale di riordinarsi e di sferrare un contrattacco decisivo sul fianco dello schieramento federiciano. Il portainsegne imperiale venne abbattuto, Federico stesso disarcionato e creduto morto nella polvere, provocando il definitivo sbandamento delle truppe tedesche verso il Ticino.
La pace di Costanza
Alla sconfitta seguirono una prima tregua a Venezia nel 1177 e la definitiva pace di Costanza il 25 giugno 1183. Qui fu stabilito che, in cambio del riconoscimento della sovranità imperiale, del giuramento formale di fedeltà e del versamento del consueto fodro in occasione delle discese regie, l'imperatore concedeva ai Comuni la piena legittimazione dell'autogoverno. La corona riconosceva alle città l'esercizio consuetudinario di gran parte di quelle regalie rivendicate nel 1158 a Roncaglia, il diritto di eleggere i propri consoli e la piena liceità della Lega Lombarda. I cittadini rimanevano formalmente sudditi dell'Impero dopo aver blindato i propri margini di autonomia; la corona salvava la dignità universale della propria maestà, pur rinunciando all'esercizio del dominio burocratico diretto.
Miti storiografici e questioni aperte
La ricerca medievistica contemporanea ha da tempo sgombrato il campo dalle incrostazioni mitologiche fiorite attorno a questa vicenda.
Prima fra tutte, il racconto di Legnano. La battaglia, celebrata dalla storiografia ottocentesca, è stata radicalmente ripulita dalle invenzioni fiorite nell'immaginario posteriore. La celeberrima figura di Alberto da Giussano non trova alcun riscontro nelle fonti documentarie del tempo: si tratta di una pura creazione letteraria del cronista domenicano Galvano Fiamma, elaborata quasi due secoli dopo, attorno al 1330.
Altrettanto anacronistica è la lettura risorgimentale che ha trasformato la pace di Costanza in un trattato d'indipendenza nazionale: per le città dell'epoca la figura dell'imperatore restava il vertice sacro e imprescindibile dell'ordinamento giuridico, da cui trarre la legittimazione del proprio operato.
Superate queste leggende, il confronto storico tra il Barbarossa e i Comuni continua a dividere gli studiosi attorno ad alcuni nodi concettuali di fondo.
Una prima riguarda il significato politico della libertà rivendicata dai Comuni. Da un lato vi è chi scorge nella mobilitazione cittadina la genesi di un modello sociale inedito, orizzontale e partecipativo, in rottura con il feudalesimo. Dall’altro lato, una rigorosa linea interpretativa invita a leggere quella stessa libertà in termini strettamente corporativi e giurisdizionali: non l’affermazione di un principio universale o protodemocratico, ma una tenace difesa di privilegi di ceto, attraverso cui le oligarchie delle città maggiori intendevano estromettere l'autorità regia per sostituirsi ad essa.
Una seconda questione riguarda la pace di Costanza. Fu una capitolazione dell’Impero? In realtà, svanita la minaccia esterna, i Comuni ripresero immediatamente a combattersi tra loro e all'interno delle mura esplosero i conflitti di fazione tra la vecchia élite aristocratica e il ceto popolare escluso dal potere.
Infine, rimane il giudizio sull'azione politica di Federico Barbarossa. Si trattò di un banale tentativo di piegare i Comuni ai vecchi schemi feudali autoritari, oppure del primo, coerente sforzo di creare uno Stato moderno, inteso a ricondurre i particolarismi locali sotto l'alveo supremo di una legge comune?
Attorno a queste domande, lontane dalle semplificazioni di comodo del passato, la vicenda delle città padane continua a offrirsi alla riflessione storica come uno dei laboratori più fecondi e complessi del Medioevo europeo.
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